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Sintomi somatici e disturbi emozionali

Sintomi somatici e disturbi emozionaliNella pratica clinica della psichiatria capita con una certa frequenza di raccogliere storie di pazienti che arrivano al nostro ambulatorio dopo aver percorso un lungo itinerario di visite specialistiche ed esami strumentali di tipo prettamente medico o neurologico. Sono quei pazienti che giungono con diagnosi di “colon irritabile”, “fibromialgia”, “nevriti”, “prostatiti”, “gastrite cronica” etc., ma anche senza alcuna diagnosi e soltanto con una sintomatologia di tipo somatico. Questi pazienti generalmente non sono riusciti ad ottenere alcuna evidenza o riscontro strumentale nell’ambito della medicina di base e specialistica, e non hanno mostrato risposte significative a molteplici tentativi di terapie mediche e, solo dietro insistenza dei familiari o del medico di base (ormai esausto per l’ennesima richiesta di ulteriori accertamenti specialistici), arrivano all’ambulatorio dello psichiatra. Tale problematica, indicata dalla letteratura specialistica come “medically unexplained symptoms”, rappresenta un importante problema di sofferenza personale per i pazienti interessati, spesso con decorrenza cronica.

Ripensare la schizofrenia dalla prospettiva della persona

schizofrenia e societàLo studio della schizofrenia, e l’accumularsi di evidenze scientifiche inerenti ad essa, sembra un libro che, per quanto ci sforziamo (da decenni) di scrivere, appare incompleto e con molte pagine mancanti. La grande mole di dati accumulati nel tentativo di comprendere la fisiopatologia di questa malattia sta avendo paradossalmente l’effetto di aumentare il senso d’incertezza sia nei clinici che nei pazienti. Per questo motivo PérezÁlvarez et al. (2016) nel loro articolo “Rethinking Schizophrenia in the Context of the Person and Their Circumstances: Seven Reasons”  suggeriscono di ‘ripensare la schizofrenia’ e di adottare una prospettiva che, superando l’egemonia dell’approccio neurobiologico e medico, la consideri non più come il sottoprodotto di un malfunzionamento cerebrale ma come un disturbo della ‘persona’, i cui sintomi rappresentano un fenomeno psicopatologico specificamente umano. Nell’ambito di questa riflessione propongono sette argomentazioni che, collegate tra loro, vedono come punto cardine quello di concepire la schizofrenia come una particolare alterazione/patologia del Sé, piuttosto che come un semplice malfunzionamento di meccanismi neurobiologici alterati.

Andiamo a vedere più nel dettaglio come vengono articolate queste argomentazioni

La scoperta degli antidepressivi: una storia di serendipity

 Il termine ‘serendipity’ (brutta la traduzione italiana di serendipità) esprime quella forma di conoscenza che avviene un po’ per caso, in maniera accidentale, come cercava di definirla uno scrittore inglese dotato di senso dell’humor: ” è come quando si cerca un ago in un pagliaio e si trova la figlia del contadino…”. E’ attraverso questa forma di conoscenza per serendipity che sono avvenute molte scoperte scientifiche, tra cui quelle dei primi farmaci in grado di modificare una delle patologie più impegnative e angoscianti dell’esperienza umana: la depressione.

Neurogenesi, neuroplasticità e antidepressivi

 

depressioneL’ipotesi che vede la depressione come un disturbo che riguarda la neurogenesi (cioè la formazione di nuovi neuroni) e la neuroplasticità cerebrale (cioè la costituzione di nuove sinapsi, di nuove spine dendritiche, un allungamento della sopravvivenza dei neuroni, un incremento di fattori di crescita dei neuroni) inizia ad essere formulata alla fine degli anni 90 e si basa sostanzialmente su una serie di osservazioni più volte confermate dalla letteratura scientifica.

Cervello, neurogenesi e plasticità dei neuroni

neurogenesi ippocampaleFino a quasi tutto il secolo scorso era convinzione radicata nella comunità scientifica che il cervello umano, come quello degli altri mammiferi, si stabilizasse subito dopo la nascita e non potesse avere alcuna possibilità di nuova crescita neuronale e di rimodellamento della propria architettura per tutto il resto dei suoi giorni. Nel 1962 uscì un lavoro su Science di Joseph Altman,un biologo americano, che per la prima volta nella storia della scienza riportava dei dati (ottenuti utilizzando timidina radioattiva per marcare la produzione di nuove cellule nervose), a sostegno della tesi che il cervello dei mammiferi potesse produrre nuovi neuroni.

Depressione, gravidanza e luoghi comuni

Maternità

Maternità- G. Klimt

Circa un quinto delle donne soffre di depressione durante il periodo della gravidanza, e una percentuale analoga svilupperà un episodio depressivo importante nei primi tre mesi dopo il parto. Tuttavia, uno dei luoghi comuni più diffusi a livello di popolazione ma a volte, purtroppo, anche nell’ambito medico, è che durante la gravidanza sia meglio non prendere alcun farmaco per non esporre il feto a rischi. In genere le donne sono condizionate nella scelta di non proseguire o non iniziare una terapia con antidepressivi durante la gravidanza da informazioni che provengono da amici, parenti, servizi di salute pubblica e, soprattutto, mass-media, che passano spesso comunicazioni allarmistiche sui rischi per il feto. Ma questo non corrisponde esattamente ai dati che si ricavano dalla letteratura scientifica.