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Ripensare la schizofrenia dalla prospettiva della persona

schizofrenia e societàLo studio della schizofrenia, e l’accumularsi di evidenze scientifiche inerenti ad essa, sembra un libro che, per quanto ci sforziamo (da decenni) di scrivere, appare incompleto e con molte pagine mancanti. La grande mole di dati accumulati nel tentativo di comprendere la fisiopatologia di questa malattia sta avendo paradossalmente l’effetto di aumentare il senso d’incertezza sia nei clinici che nei pazienti. Per questo motivo PérezÁlvarez et al. (2016) nel loro articolo “Rethinking Schizophrenia in the Context of the Person and Their Circumstances: Seven Reasons”  suggeriscono di ‘ripensare la schizofrenia’ e di adottare una prospettiva che, superando l’egemonia dell’approccio neurobiologico e medico, la consideri non più come il sottoprodotto di un malfunzionamento cerebrale ma come un disturbo della ‘persona’, i cui sintomi rappresentano un fenomeno psicopatologico specificamente umano. Nell’ambito di questa riflessione propongono sette argomentazioni che, collegate tra loro, vedono come punto cardine quello di concepire la schizofrenia come una particolare alterazione/patologia del Sé, piuttosto che come un semplice malfunzionamento di meccanismi neurobiologici alterati.

Andiamo a vedere più nel dettaglio come vengono articolate queste argomentazioni

Schizofrenia: esordi psicotici e ipotesi neurobiologiche

schizofrenia e neurobiologiaLa grande mole di studi condotti negli ultimi decenni in ambito neuroscientifico ha confermato la presenza di anomalie funzionali e strutturali nel cervello dei pazienti schizofrenici. Tuttavia, sebbene dalla nascita del primo antipsicotico nel 1952 ad oggi si sia fatta luce su alcuni importanti meccanismi cerebrali di questa patologia che rappresenta il paradigma della malattia mentale, il nostro livello di conoscenza è ancora incompleto, in particolar modo per quanto riguarda la natura dei processi biologici disfunzionali sottostanti, le loro cause e, ancora di più, il loro inizio e sviluppo temporale.

Ed è proprio sulle origini della patologia schizofrenica, considerata soprattutto da un punto di vista della sua genesi neurobiologica, che si concentra la review di Kahn e SommerThe neurobiology and treatment of first-episode schizophrenia”, pubblicata su Molecular Psychiatry (2015) 20, 84–97.

Quando si manifesta per la prima volta la schizofrenia? Il suo inizio coincide con il primo esordio psicotico, con la comparsa dei primi sintomi o dobbiamo collocarlo molti anni prima della sua diagnosi?” Secondo gli autori queste sono alcune delle domande fondamentali sulla schizofrenia, che restano ancora senza una risposta univoca e che ne consentirebbero una maggiore comprensione e quindi un più rapido ed efficave trattamento.

Uso degli antipsicotici atipici nel trattamento del Disturbo Ossessivo-Compulsivo

Escher

Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) è una patologia che a volte si mostra particolarmente resistente ai trattamenti terapeutici. In questi casi spesso tende a cronicizzare e diventa fortemente invalidante per gli individui che ne sono affetti. I principali farmaci impiegati nella pratica clinica per il trattamento del DOC sono gli SSRI (i farmaci che agiscono sul reuptake della serotonina) e la clomipramina (un triciclico con una particolare attività sul sistema della serotonina). Inoltre ci sono ripetute evidenze sull’efficacia della Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT), in particolare in associazione con la terapia farmacologica.

“Durata della psicosi non trattata”: ipotesi della neurotossicità e importanza dell’intervento precoce

durata della psicosi non trattata La sigla DUP (duration of of untreated psychosis), tradotta letteralmente come “durata della psicosi non trattata”, indica il periodo di tempo che intercorre tra la comparsa di sintomi psicotici e l’inizio del trattamento farmacologico.
Questo termine venne introdotto nel mondo scientifico per la prima volta nel 1991, da Richard Wyatt, una delle figure più eminenti della psichiatria biologica di quegli anni, in una review sull’influenza dei farmaci neurolettici nell’evoluzione naturale della schizofrenia. In questo articolo Wyatt evidenziava come il ritardo nella somministrazione del trattamento farmacologico negli esordi psicotici, fosse un fattore predittivo sfavorevole dell’esito del quadro morboso (Wyatt, 1991).

Lo switch tra antipsicotici: istruzioni per l’uso

antipsicotici switch   La necessità di fare switching (cioè di cambiare farmaco per necessità cliniche) da un antipsicotico all’altro è un’evenienza spesso richiesta nella pratica clinica, considerndo anche che i pazienti in questione hanno la necessità di portare avanti le loro terapie farmacologiche per molti anni. In media, considerando un periodo di un anno, circa il 30% dei pazienti con diagnosi di schizofrenia è oggetto di switch tra antipsicotici (Faries DE et al, 2009).  In genere una delle cause più frequenti per cambiare un farmaco antipsicotico è la scarsa aderenza ad un trattamento da parte del paziente, anche se possono esserci altre ragioni che giustificano una tale scelta. Consideriamo comunque che, ogni volta che si decide uno switch di farmaci, bisogna mettere in conto tutta una serie di eventi clinici, dovuti all’interruzione della vecchia terapia e alla introduzione della nuova, che comprendono possibili miglioramenti terapeutici ma anche rinuncia agli effetti già ottenuti, possibile insorgenza di nuovi effetti collaterali e relative difficoltà, incertezza sugli esiti clinici.

Il problema dell’aumento ponderale nei pazienti in trattamento con antipsicotici

Negli ultimi 20 anni il mondo degli antipsicotici è stato rivoluzionato dalla scoperta dei cosiddetti antipsicotici di seconda generazione (o ‘antipsicotici atipici’), che si sono imposti all’attenzione degli psichiatri, e quindi dei pazienti, per una serie di caratteristiche cliniche e meccanismi d’azione differenti da quelli di prima generazione, che li hanno fatto a lungo ritenere farmaci in grado di modificare sensibilmente in positivo la qualità della vita dei pazienti. In realtà quella degli antipsicotici di seconda generazione è una classe di farmaci eterogenea, sia da un punto di vista clinico che di farmacodinamica, che condividono la caratteristica distintiva della mancanza (o comunque scarsa incidenza) di effetti collaterali di tipo extra-piramidale. Questi farmaci determinano sicuramente una minore incidenza di quella sintomatologia parkinsoniana che per anni ha rappresentato l’immagine stereotipata del paziente psichiatrico in trattamento: il corpo leggermente flesso in avanti con la testa reclinata sul collo, rigidità diffusa, andatura a piccoli passi, mani tremolanti. Gli antipsicotici di seconda generazione si sono dimostrati, chi più chi meno, in grado di evitare questi tipi di effetti collaterali, e in questo senso hanno consentito di portare avanti un trattamento farmacologico per le psicosi, senza determinare effetti invalidanti di tipo neurologico sulla qualità di vita dei pazienti.