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Lo switch tra antipsicotici: istruzioni per l’uso

antipsicotici switch   La necessità di fare switching (cioè di cambiare farmaco per necessità cliniche) da un antipsicotico all’altro è un’evenienza spesso richiesta nella pratica clinica, considerndo anche che i pazienti in questione hanno la necessità di portare avanti le loro terapie farmacologiche per molti anni. In media, considerando un periodo di un anno, circa il 30% dei pazienti con diagnosi di schizofrenia è oggetto di switch tra antipsicotici (Faries DE et al, 2009).  In genere una delle cause più frequenti per cambiare un farmaco antipsicotico è la scarsa aderenza ad un trattamento da parte del paziente, anche se possono esserci altre ragioni che giustificano una tale scelta. Consideriamo comunque che, ogni volta che si decide uno switch di farmaci, bisogna mettere in conto tutta una serie di eventi clinici, dovuti all’interruzione della vecchia terapia e alla introduzione della nuova, che comprendono possibili miglioramenti terapeutici ma anche rinuncia agli effetti già ottenuti, possibile insorgenza di nuovi effetti collaterali e relative difficoltà, incertezza sugli esiti clinici.

Il problema dell’aumento ponderale nei pazienti in trattamento con antipsicotici

Negli ultimi 20 anni il mondo degli antipsicotici è stato rivoluzionato dalla scoperta dei cosiddetti antipsicotici di seconda generazione (o ‘antipsicotici atipici’), che si sono imposti all’attenzione degli psichiatri, e quindi dei pazienti, per una serie di caratteristiche cliniche e meccanismi d’azione differenti da quelli di prima generazione, che li hanno fatto a lungo ritenere farmaci in grado di modificare sensibilmente in positivo la qualità della vita dei pazienti. In realtà quella degli antipsicotici di seconda generazione è una classe di farmaci eterogenea, sia da un punto di vista clinico che di farmacodinamica, che condividono la caratteristica distintiva della mancanza (o comunque scarsa incidenza) di effetti collaterali di tipo extra-piramidale. Questi farmaci determinano sicuramente una minore incidenza di quella sintomatologia parkinsoniana che per anni ha rappresentato l’immagine stereotipata del paziente psichiatrico in trattamento: il corpo leggermente flesso in avanti con la testa reclinata sul collo, rigidità diffusa, andatura a piccoli passi, mani tremolanti. Gli antipsicotici di seconda generazione si sono dimostrati, chi più chi meno, in grado di evitare questi tipi di effetti collaterali, e in questo senso hanno consentito di portare avanti un trattamento farmacologico per le psicosi, senza determinare effetti invalidanti di tipo neurologico sulla qualità di vita dei pazienti.