Darwin….75.000 anni fa l’amore? *

 

L’emergenza del fenomeno ‘umano’ è uno dei grandi problemi della biologia evolutiva: difficile stabilire in cosa consistano e quando sorgano per la prima volta quelle specifiche peculiarità che ci caratterizzano in quanto umani. Sono quelle caratteristiche che hanno determinato la nostra inarrestabile corsa evolutiva, fino a renderci in pochi millenni “i signori del pianeta”, ma che hanno anche provocato la nostra dolorosa e drammatica separazione dal resto della natura. Fin dai tempi di Darwin si erano rilevate significative difficoltà nell’applicare la teoria dell’evoluzione all’uomo: valgano per tutte le critiche di Alfred Russel Wallace (coautore della teoria darwiniana dell’evoluzione delle varie specie animali ) (1) sull’inadeguatezza della selezione naturale (per Darwin l’unico meccanismo, in biologia evolutiva, in grado di dar conto della creazione di nuove specie) nello spiegare l’emergenza dell’uomo (2). C’è chi sostiene ancora oggi che l’irriducibilità della condizione umana è un enigma cui solo le religioni o le grandi filosofie possono sperare di trovar risposta.

Comunque gli antropologi sono, più o meno, tutti d’accordo nel collocare la comparsa del genere Homo a circa 2 milioni e mezzo di anni fa, a partire dai primi ritrovamenti fossili nel corso degli anni ‘60 che testimoniano la presenza di Homo abilis e delle prime industrie litiche nelle gole di Olduvai (3). Prima ci sono le australopitecine (quelli di Lucy per intenderci, la famosa Australopiteca afarensis scoperta negli anni ’70 …) che di umano avevano tratti di conformazione osteo-scheletrica, in particolare la conquista della postura eretta e della deambulazione bipede. Per il resto ben poco altro: un cervello delle dimensioni di uno scimpanzè (circa 450/500cc), poche o nulle capacità di utilizzare e costruire strumenti, scarsa propensione agli spostamenti geografici su larga scala. Inoltre avrebbero mantenuto per qualche milione di anni una deambulazione ‘mista’ , alternando il bipedismo all’arrampicarsi sugli alberi (4).

Sandra, orango dello zoo Eco Parque di Buenos Aires, Argentina, (AP Photo/Natacha Pisarenko)

L’evoluzione del genere Homo è stata inoltre caratterizzata da alcuni fenomeni peculiari come la formazione di industrie litiche, che depongono per una progressiva acquisizione di abilità tecniche nella manipolazione di oggetti e costruzione di strumenti. E il processo di encefalizzazione , che ha fatto sì che le dimensioni del cervello siano passate da circa 400/500 cc a 1400/1500 cc nell’arco di circa 2 milioni di anni. (5) Tale cambiamenti sono stati estremamente lenti. Ad esempio la capacità di ricavare schegge appuntite dalle pietre ha rappresentato la principale abilità tecnica dei primi ominidi (erano schegge di roccia lunghe da 2 a 5 cm, che potevano essere utilizzate per la macellazione di un intero elefante) e hanno rappresentato la principale industria litica a partire da 2,6 milioni di anni fa (cultura olduvaiana).

“Amigdala” pietra bifacciale preistorica (cultura achueleana)

Ci sono voluti circa un milione di anni per arrivare ad un utensile concettualmente più evoluto come le pietre bifacciali (“amigdale”, cultura aucheleana): pietre a forma di mandorla che presentavono entrambi i bordi affillati, quindi più funzionali sia come armi da aggressione che per la lavorazione delle carcasse di animali (6).

 

L’attività preferita dei nostri antenati, infatti, sembra fosse quella di rovistare tra le carcasse di animali già morti. Più che cacciatori eravamo degli ‘scavenger’, una sorta di spazzini della savana. Anche in questo caso si rimase più o meno fermi alle produzione di “amigdale” per un altro milione di anni, prima di concepire innovazioni tenologiche significative nell’industria litica (7).

Emergenza di un pensiero simbolico

La cosa interessante, considerata da molti antropologi un mistero, o comunque un evento difficilmente comprensibile in termini strettamente evoluzionistici, è la brusca accelerazione che Homo sapiens inizia a mettere in atto da un certo punto in poi della sua storia evolutiva (il “grande balzo in avanti” lo chiama Jared Diamond) (8).  La nostra specie, i Sapiens, è abbastanza recente, sarebbe comparsa in Africa circa 200.000 anni fa (datazione confermata da reperti fossili e da genetica molecolare). Dal momento della sua comparsa sembra che in termini evolutivi per più di 100.000 anni non avvenga quasi nulla. Alcun cambiamento significativo che potesse distinguerci dalle altre specie. La nostra si poteva considerare una delle tante specie di ominidi che ‘affollavano’ il pianeta in quel periodo (almeno 5 dai dati fossili e di genetica molecolare: H. Erectus, H. Denisova, H. Neanderthalensis, H. Floresiensis oltre a noi Sapiens) (9). Ma a partire da circa 80.000 anni fa accade qualcosa. Negli ultimi decenni infatti si sono andate ad accumulare una serie di evidenze fossili, a partire da quel periodo, che depongono per lo sviluppo di un pensiero simbolico, con la creazione di manufatti che fanno pensare ad una qualche forma di espressione artistica (per la prima volta nella storia del mondo). In particolare è nel sito africano di Blombos che sono state ritrovate perline costituite da conchiglie lavorate e placche d’ocra con disegni geometrici ornamentali, risalenti a circa 75.000 anni fa (10).

Blombos conchiglie/perline ornamentali 75.000 a.c.
Blombos placche di ocra lavorate con disegni geometrici ( 75.000 a.c.)

 

Ma è solo a partire da circa 45.000 anni fa, quando uno sparuto gruppo di Sapiens (un numero molto ristretto secondo i dati di genetica molecolare) arriva in Europa, che si inizia a ritrovare una documentazione significativa di capacità di espressione artistica straordinarie.

cavallino di Vogelhard (34.000 a.c.)

Sono manufatti che vanno dal cavallino intagliato in una zanna di elefante ritrovato nel sito tedesco di Vogelhard (34.000 anni a.c.) alle rappresentazioni di arte rupestre di Lascaux, Cheuvet e Altamira (dai 35.000 ai 13.000 a.c.).

grotte di Altamira (30.000 a.c.)
dipinti parietali di Lascaux (16.000 a.c.)

Appare evidente come questo ‘nuovo’ Sapiens , definito da alcuni anche come uomo di Cro-Magnon dal sito francese omonimo che attesta le prime tracce dei Sapiens in Europa, rappresenti qualcosa di completamente diverso rispetto a circa 3 milioni di storia evolutiva del genere Homo. Infatti nell’arco di poche migliaia di anni le altre specie (dai Neanderthal ai Floriensis) scompariranno, da lì a poco si arriverà all’invenzione dell’agricoltura (circa 10.000 anni a.c.) e da questo allo sviluppo delle civiltà e dei grandi imperi il passo sarà brevissimo (9).

Le ragioni di questo ‘balzo in avanti’ senza precedenti nell’evoluzione di una specie rimangono un mistero. Secondo alcuni antropologi la specificità del fenomeno umano rappresenterebbe un intralcio  interpretativo del paradigma classico darwiniano (come è plausibile un fenomeno di speciazione come quello del sapiens così rapido e privo di gradualità? ).

Rimanendo comunque nell’alveo del paradigma evoluzionista la spiegazione data più frequentemente (e facilmente) dagli antropologi fa riferimento all’emergenza del linguaggio simbolico in Homo sapiens, ma è una spiegazione che rischia di essere tautologica, in quanto gran parte del mistero consiste appunto nell’emergenza di un linguaggio così peculiare come quello umano, considerando che anche altre specie di Homo che ci avevano preceduto erano quasi certamente dotate di un loro linguaggio. Impronte che testimoniano la presenza dell’area di Broca, la regione cerebrale deputata all’articolazione del linguaggio, si ritrovano in resti di crani fossili datati fino a centinaia di migliaia di anni precedenti i Sapiens (11).

amanti di Valdarno

Un ulteriore modello esplicativo di quella che viene considerata la specificità del fenomeno umano è rappresentato da quello che alcuni antropologi hanno definito la “rivoluzione sessuale”, e che potremmo ridefinire l’emergenza del fenomeno “amore”, con quelle caratteristiche così peculiari come si ritrovano nella specie umana.

La maggior parte delle specie animali limita l’attività sessuale al periodo durante il quale le femmine sono in calore, che coincide con la fase dell’ovulazione. Durante queste fasi (dette di estro nel mondo animale) le femmine dei mammiferi mandano dei segnali (visivi, olfattivi, comportamentali) finalizzati a richiamare l’attenzione dei maschi e all’accoppiamento. Al di fuori di queste fasi di estro (che rappresentano i periodi circoscritti del ‘calore’, ad es. 2/3 settimane ogni 6 mesi) le femmine non sono fertili e, di conseguenza, non sono sessualmente recettive. Che senso avrebbe in natura avere rapporti sessuali se questi non possono servire alla riproduzione e quindi al mantenimento della specie?

Specificità della sessualità umana

La sessualità umana invece, da questo punto di vista, è caratterizzata da fattori assolutamente peculiari quali la mancanza di segnali esterni dell’ovulazione e la recettività continua della donna (la cui disponibilità ai rapporti sessuali non è condizionata dai periodi dell’ovulazione). Questo implica che per noi umani i rapporti sessuali possono essere svincolati dal concepimento. A differenza degli altri animali, gli umani tendono a praticare il sesso soprattutto per il piacere che ne possono trarre, o comunque per aspetti che riguardano dinamiche relazionali e non per un ‘dovere’ evolutivo. A pensarci bene, la sessualità umana, in un’ottica di attività puramente riproduttiva, rappresenta un enorme spreco di tempo e di energie, potendo essere vissuta anche tutti i giorni dell’anno (nella maggior parte dei quali la donna non è fertile), e questo è qualcosa di poco comprensibile da una prospettiva puramente evolutiva. Perché sprecare tante energie che potrebbero invece essere destinate alla caccia, alla ricerca di altro cibo o alla difesa da altri animali? (12)

venere di Willendorf (25.000 a.c.)

Uno dei grandi paradossi di noi umani è che, pur essendo una specie unica e assolutamente peculiare per il fenomeno dell’ autocoscienza, le femmine di Sapiens siano invece inconsapevoli della propria ovulazione (a differenza di quella che sembra una regola generale delle altre specie, naturalmente ‘settate’ per massimizzare i vantaggi della loro ovulazione in termini riproduttivi).

Tra le teorie che sono state proposte per spiegare questi paradossi riproduttivi del genere Homo, le più convincenti sostengono che l’ovulazione nascosta si sarebbe inizialmente evoluta per proteggere le femmine dal rischio di infanticidio. Infatti è abbastanza frequente tra i primati uccidere i piccoli di maschi rivali, o comunque che non vengano riconosciuti come propri. Quando un gorilla maschio si appropria di un territorio di un altro gorilla, è quasi la regola che questo uccida gran parte dei piccoli che non riconosce come suoi figli (e questo avviene anche in altre specie come gli scimpanzé o i leoni). Questo fenomeno, oltre ad eliminare una discendenza genetica diversa dalla propria, avrebbe anche la funzione di mettere fine all’allattamento e rendere le femmine nuovamente sessualmente recettive. Secondo alcuni antropologi l’ovulazione nascosta e la recettività continua avrebbero ridotto i comportamenti di infanticidio, eliminando nei maschi sapiens la certezza di paternità, e venendo meno la necessità di riportare le femmine ad una nuova condizione di fertilità (ricordiamoci che con l’ovulazione nascosta la donna a quel punto diventava sempre potenzialmente fertile) (13).

Una volta che il carattere dell’ovulazione nascosta e, quindi, della recettività continua, si è affermato, questo ha rappresentato un potente stimolo per la formazione di coppie monogamiche e la condivisione delle cure parentali (anche questo sembra essere un fenomeno tipico e peculiare della specie umana). Infatti l’incertezza dei periodi di fertilità avrebbe fatto sì che gli uomini trascorressero molto più tempo insieme a quella che sarebbe diventata la propria compagna. Rapporti frequenti e prolungati nel tempo avrebbero potuto garantire delle certezze di paternità, e contestualmente i possibili dubbi su tale certezza non avrebbero fatto altro che cementare la continuità del rapporto. (14).  La costituzione di coppie stabili avrebbe fatto sì che anche i maschi partecipassero alla cura dei cuccioli di uomo dopo la nascita (in quasi tutte le specie di mammiferi le cure parentali sono appannaggio esclusivo delle femmine, i maschi sembrano disinteressarsi completamente dei cuccioli dopo la nascita). E inoltre questo avrebbe determinato un potente motore evolutivo dei rapporti interpersonali, in particolare di quelli uomo-donna, con la creazione di un immaginario (erotico, sentimentale, affettivo) che solo l’emergenza di un fenomeno peculiare come l’’amore’ avrebbe potuto innescare.

Ma quale che siano le dinamiche che l’hanno determinato, è evidente che l’emergenza di un fenomeno che consolidava i rapporti di coppia, amplificando tutto ciò che riguardava la componente affettiva dell’incontro con l’altro, e in particolare la dimensione dell’immaginario, rappresentava un potente stimolo di cambiamenti evolutivi. E’ su queste basi che probabilmente il Sapiens si è ritrovato a cimentarsi, per la prima volta nella storia, con il fenomeno dell’ ‘amore’, inteso come riconoscimento reciproco e legittimo l’uno dell’altro.

In un contesto evolutivo del genere, in cui diventava sempre più importante, attraverso il coinvolgimento affettivo, la dimensione interpersonale del rapporto, la sessualità acquista sempre più una funzione intersoggettiva finalizzata alla costruzione di un legame stabile e svincolata dagli aspetti meramente riproduttivi. Alcuni autori sostengono che è con il passaggio dall’estro al mestro, cioè alla ciclicità mensile, che la femmina dell’uomo scopre l’agricoltrura. E’ solo attraverso il riconoscimento di un proprio ritmo interno che si riesce a immaginare una ciclicità nei fenomeni naturali e utilizzarla per le coltivazioni. Con l’agricoltura si amplifica quella rottura dell’unità con la natura che aveva da sempre caratterizzato l’immediatezza della vita animale. L’uomo viene sempre più preso dalla necessità di fare dei piani, prevedere gli esiti di un’azione nel lungo periodo (come gli esiti di un raccolto dopo una semina), programmare le cose su parametri temporali molto più ampi di quelli del solito succedersi dei giorni e delle notti (8).  Questo distanziamento dall’immediatezza dell’esistenza naturale è probabilmente all’origine di una coscienza di sé caratterizzata da un maggior senso di diversità e di isolamento dal resto del creato. A questo punto è comprensibile come questo maggior senso di diversità e di isolamento in cui il Sapiens si ritrovava, abbia implicato maggiori richieste di riconoscimento e di legittimazione da parte di altri esseri che condividevano questa particolare condizione. Questa dinamica, fortemente supportata dalla dimensione affettiva dei rapporti interpersonali, aumentava notevolmente la coordinazione sociale nei gruppi, sviluppando varie forme di riconoscimento e legittimazione da parte dell’altro (quale si può considerare la costruzione di rapporti amorosi), con la funzione di farci sentire meno pesante il fardello della solitudine. Il fenomeno dell’  ‘amore’, attraverso la costruzione di un’immagine dell’altro nella relazione, determinava un maggior riconoscimento e articolazione dell’immagine di sé: in ogni relazione amorosa l’immagine che abbiamo dell’altro concorre nella costruzione e nell’evoluzione dell’immagine che abbiamo di noi stessi. La dimensione sociale di noi umani si ritrovava ad essere potentemente rinforzata da un fenomeno che richiedeva una costanza di vicinanza e riconoscimento in termini comportamentali ma soprattutto a livello di immaginario. Quindi l’altro diventa, probabilmente per la prima volta nella storia, l’Altro, con le sue caratteristiche di unicità, di complessità, con una sua propria interiorità (che riflette come un gioco di specchi la nostra interiorità), capace di modificarci e modificarsi in ragione di specifiche dinamiche interpersonali.

 

Bibliografia

 

* “Darwin…750.000 anni fa l’amore?”  è uno delle tracce di  “Darwin!”, concept album del Banco del Mutuo Soccorso pubblicato nel 1972 dalla Ricordi

  1. Wallace AR (1858),  On the tendency of varieties to depart indefinitely from the original type, in Journal of the Proceedings of the Linnean Society: Zoology, vol 3, n 9.
  2.  Wallace AR (1871),  The limits of natural selection as applied to man,  in Contributions to the theory of natural selection,  McMillan and Co, New York.
  3. Leakey LSB, Tobias PV, Napier JR (1964) ,  A new species of genus Homo from Olduvai Gorge, in Nature, 202, pg 7-9
  4. Johanson DC, Edey M (1988), Lucy:le origini dell’umanità, Mondadori, Milano
  5. Coqueugniot H et al, (2004) Early Brain growth in Homo erectus and implications for cognitive abilities, in Nature, 431, pp 209-302
  6. Klein R (2009), Il cammino dell’uomo: antropologia culturale e biologica, Zanichelli, Bologna
  7. Manzi G (2017), Ultime notizie dall’evoluzione umana. il Mulino, Bologna.
  8. Diamond J (2006), Il terzo scimpanzè. Ascesa e caduta del primate homo sapiens. Bollati Boringhieri.
  9. Tattersal I (2019), I signori del pianeta. La ricerca delle origini dell’uomo. Codice edizioni, Torino.
  10. Henshilwood CS et al (2002), Emergenze of modern Human behavior: Middle Stone Age engravings from South Africa, Science, 295.
  11. Amunts K et al (2010), Broca’s region: novel organization principles and multiple receptor mapping, in PlosBiol, 8.
  12. Diamond J (1997), Why is sex fun? The evolution of human sexuality. Basic Books, New York, trad. it  L’evoluzione della sessualità umana, B.S. Sansoni, Milano, 1998
  13. Hrdy SB (1981), The Woman That Never Evolved, Harvard University Press, Cambridge (Mass.), trad it La donna che non si è evoluta: ipotesi di sociobiologia. Franco Angeli, Milano (1985)
  14. Alexander RD (1990), How Did Humans Evolve? Reflections on the Uniquely Unique Species. Special publication n. 1, 1-38 University of Michigan, Ann Arbor

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