Emozioni, Cognitivismo e Fenomenologia

Con la nascente psicologia scientifica, a cavallo tra ‘800 e ‘900, nonostante alcune intuizioni iniziali di William James che considerava le emozioni come processi primariamente corporei, si andava ad affermare il paradigma empirista delle emozioni, che le vedeva come subordinate agli aspetti valutativi del soggetto. Secondo questo paradigma i vissuti emotivi erano considerati comprensibili soprattutto attraverso i loro aspetti comportamentali. Quindi le emozioni, per essere comprese, venivano disancorate dal loro substrato corporeo originario (e quindi disincarnate) e potevano essere interpretate come stati di attivazione neuro-fisologica aspecifici (una sorta di arousal indifferenziato) ai quali aspetti motivazionali, comportamentali e valutativi davano un determinato significato. Da questa prospettiva la psicologia scientifica non poteva dire nulla di particolarmente interessante sui rapporti tra emozione e comportamento, in quanto gli stati emotivi si consideravano avere un carattere contingente e situazionale, quindi non potevano essere studiati con metodo scientifico. Ad esempio io potevo esprimere la mia rabbia anche comprando dei fiori (non soltanto sfasciando una macchina o aggredendo mia madre), e questo da un punto di vista di una scienza empirica e oggettiva sarebbe apparso incomprensibile! (Kenny , 1963)

 

Negli anni ’60 iniziano a prender piede le teorie più strettamente cognitiviste delle emozioni, secondo le quali, ciò che conferisce specificità ad un vissuto emotivo è l’interpretazione e la  valutazione cognitiva che il soggetto dà a quella attivazione neurofisiologica di per sé indistinta (Schachter e Singer, 1962). Questo voleva dire che per riconoscere uno stato emotivo dovevamo possedere le ‘cognizioni adeguate’ per nominarlo. «Quello che si “scoprì” fu che i cambiamenti fisiologici e le loro relative sensazioni non hanno niente a che vedere con la differenziazione valutativa delle emozioni…ma erano da considerarsi reazioni somatiche aspecifiche» (Solomon, 1976)

emozioni e cognitivismoQueste concezioni cognitiviste delle emozioni portavano alle estreme conseguenza il modello del dualismo cartesiano. Infatti negavano alla corporeità qualsiasi ruolo di costituzione e specificazione nell’emergere del significato delle emozioni. La psicologia continuava a confrontarsi con un corpo disincarnato.

Negli ultimi 30 anni anche le teorie cognitiviste hanno cercato di recuperare il ruolo di una corporeità originaria nelle emozioni, senza comunque mai superare il paradigma dualista secondo cui le componenti più basiche (come l’attivazione neurofisologica e le risposte comportamentali) sono distintamente separate dal ruolo valutativo della sfera cognitiva (gerarchicamente sovraordinata). Spesso valutazione, eccitazione e comportamento sono visti come funzioni di sottosistemi distinti, dove la valutazione esercita un ruolo di monitoraggio e attribuzione di significato agli aspetti più corporei/comportamentali (Sherer 2000).

emozioni e cognitivismoSecondo i paradigmi cognitivisti, anche i più evoluti, il corpo viene inesorabilmente considerato come un concomitante oggettivo dell’emozione. “Diverse valutazioni rendono conto di differenze individuali e temporali nelle risposte emotive[…]”  Poichè la valutazione interviene fra evento percepito ed emozione, individui diversi che valutano la stessa situazione in modi significativamente diversi proveranno emozioni diverse» (Roseman e Smith, 2001). La valutazione soggettiva rimaneva l’elemento centrale nel dare significato ad una corporeità emotiva di per sé aspecifica, e quindi poco significativa.

Il concetto di “approccio enattivo” è stato introdotto da Varela (Varela et al, 1991) per recuperare una visione incarnata delle emozioni, secondo una prospettiva fenomenologica, inaugurando tutto quel percorso di ricerche e riflessioni filosofiche che prenderà il nome di “Neurofenomenologia”.

Le principali caratteristiche di questo nuovo approccio alla teoria delle emozioni sono:

  • ‘interno’ ed ‘esterno’ non vanno considerate come entità separate dell’esperienza, connesse tra loro dalla dimensione rappresentazionale (il pensiero, i concetti, le idee, le valutazioni, i ricordi…)

  • Non è possibile comprendere l’attività del Sistema Nervoso attraverso la metafora computazionale: non funziona come un computer con input in entrata ed output in uscita, e le informazioni non sono immagazzinate in compartimenti autonomi, anche se comunicanti (come quelli percettivo, cognitivo, motorio ad es.)

  • La cognizione è una modalità emergente di azione incarnata, attraverso la quale configurazioni ricorrenti di azione e percezione sono costitutive dei significati: (a) la percezione non è passiva ma è costitutivamente orientata da azioni guidate percettivamente (b) le strutture di significato emergono, si costituiscono da schemi sensoriali ricorrenti, che mettono l’azione in grado di essere guidata percettivamente. La percezione è un evento chiasmatico tra io e mondo, questo vuol dire che esiste una profonda co-implicazione tra percezione e azione, tra attività e passività.

  • La mente umana è incarnata nell’intero organismo ed è situata nel mondo, e dunque non è riducibile a strutture all’interno della testa. Il significato e l’esperienza sono prodotte dalle continue relazioni reciproche fra cervello, corpo e mondo. La percezione non è qualcosa che «ci accade», che accade «dentro di noi»; essa è piuttosto qualcosa che noi facciamo. Percepire è un tipo di azione, che implica il presupposto di una conoscenza tacita e pratica del mondo (Noë, 2004)

emozioni incarnatePer la fenomenologia quindi il soggetto è costituito da un corpo vissuto (Leib) che appartiene ad un soggetto costantemente immerso in un mondo di esperienza che lo precede. In questo corpo vissuto la consocenza è incarnata, è qualcosa che precede e costituisce i significati del soggetto attraverso l’esperienza. Nulla a che fare con un corpo substrato passivo (Korper) come quello preso in considerazione dalla medicina e dalla anatomia. In questo senso gli eventi della corporeità, quali l’eccitazione fisiologica e il comportamento, non sono semplici “concomitanti oggettivi”  dell’emozione, ma sono strutturalmente implicati nella valutazione e nel significato, quindi originariamente costitutivi di ogni comprensione personale.

Quindi le emozioni sono sempre simultaneamente corporee e cognitivo-valutative, condividendo lo stesso emergere di una significatività che è tale in quanto originariamente incarnata. Il significato dei nostri vissuti ci precede e ci costituisce, e questo avviene a livello di una corporeità originaria. Noi, attraverso lo sforzo riflessivo, non possiamo che appropriarcene e renderne conto. Quando questo sforzo di appropriazione fallisce va ad emergere la psicopatologia.

Bibiografia

  • Kenny, A.J.P. 1963, Action, Emotion and Will, London, Routledge

  • Schachter, S. e Singer, J.E. 1962, Cognitive, Social, and Physiological Determinants of Emotional State, “psychological Review”69: 379-399

  • Solomon, R.C. 1976, The Passions, Garden City (NY), Anchor Press

  • Scherer, K.R. 2000, Emotions as Episodes of Subsystem Synchronization Driven by Monlinear Appraisal Processes, in m.d. Lewis e I. Granic (a c. di): 70-99

  • Roseman, I.J.e Smith, C.A.  2001, Appraisal Theory: Overview, Assumptions, Varieties, Controversies, in K.R. Scherer, A. Schorr e T. Johnstone (a c. di), Appraisal Processes in Emotion, Oxford, Oxford University Press

  • Varela, F.J., Thompson, E.e Rosch, E.  1991, La via di mezzo della conoscenza. Le scienze cognitive alla prova dell’esperienza. Feltrinelli, Milano (1992)

  • Noë, A. 2004, Action in Perception, Cambridge, mit Press

                                                                                       

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