Adolescenza e Psicopatologia 2

(Parte 2)

E’ stato stimato che circa il 20% degli adolescenti presentano disturbi psichiatrici. I più frequenti di questi sono i disturbi d’ansia (come gli attacchi di panico, l’agorafobia e il disturbo d’ansia generalizzato), i disturbi dell’umore, i disturbi del comportamento (come l’ADHD e i disturbi del comportamento alimentare) e i disturbi da abuso di sostanze.

Le evidenze degli ultimi anni depongono per un aumento dell’incidenza di disturbi depressivi tra gli adolescenti, in particolare le ragazze (1). In uno studio recente veniva fuori come la prevalenza di disturbi depressivi tra gli adolescenti si attestava intorno all’11,2%, contro quella di circa l’8% degli adulti, e le ragazze mostrano un aumento del rischio da 2 a 4 volte più elevato (2).

I sintomi depressivi tra gli adolescenti sono rappresentati da sentimenti di tristezza, senso di vuoto, umore irritabile, disturbi fisici e lamentele somatiche, sensazioni di essere rallentati (sia nel fisico che mentalmente). Insomma un corteo sintomatologico che spesso determina problemi nel funzionamento sociale e nelle prestazioni scolastiche. E’ stato dimostrato che la pubertà precoce e il sovrappeso rappresentino importanti fattori di rischio di patologie psichiatriche come depressione e ansia durante l’adolescenza (3,4). I disturbi d’ansia più frequentemente rappresentati tra gli adolescenti sono il disturbo d’ansia sociale (SAD), l’agorafobia e il disturbo da attacco di panico. Il disturbo d’ansia sociale è caratterizzato da preoccupazioni eccessive, con sentimenti d’imbarazzo e forte disagio, nell’affrontare situazioni che richiedano esposizione sociale o aspetti prestazionali; questo determina generalmente un progressivo ritiro e comportamenti di evitamento rispetto a tutte quelle situazioni ritenute ansiogene (da notare che spesso questi comportamenti vengono interpretati dalla famiglia come semplice timidezza) (5). Generalmente questo disturbo esordisce tipicamente prima dei 20 anni e tende a protrarsi nell’età adulta, con una frequenza (prevalenza per anno) di circa il 15% tra gli adolescenti e del 7/9% tra gli adulti (6,1). L’agorafobia è caratterizzata da sensazioni di disagio, ansietà o vera e propria paura con comportamenti di evitamento per alcune specifiche situazioni come stare in spazi molto aperti (come le piazze, da cui il nome) o, viceversa, molto chiusi (come ascensori, ambienti piccoli, sottorrenaei, etc.); stare in mezzi di trasporto pubblico (come tram, autobus, metropolitana etc), in luoghi affollati (come negozi, file, centri commerciali), allontanarsi troppo dalla propria abitazione. La frequenza di agorafobia tra gli adolescenti è di circa il 2,5%, più di 3 volte superiore agli adulti (circa lo 0,8%) (1). Il disturbo di panico è caratterizzato dalla presenza di uno o più attacchi di panico, definiti come episodi di paura intensa o disagio accompagnati da una significativa sintomatologia fisica e/o mentale, come palpitazioni, tachicardia, sudorazione, tremori, difficoltà di respiro (“fame d’aria”), vertigni, senso di sbandamento, paura d’impazzire, paura di morire (di poter avere un infarto imminente o un ictus). Tali episodi hanno un inizio improvviso e tipicamente inatteso, durano in genere pochi minuti, ma lasciano una intensa paura che possano ripetersi. Spesso possono essere legati a luoghi e situazioni particolari, come luoghi chiusi o affollati, in quel caso si definiscono complicati da comportamenti agorafobici (quindi possono presentare tutte le caratteristiche dell’agorafobia descritta sopra).

La presenza di problemi psicopatologici in adolescenza e in età giovanile è associata con un aumentato rischio di disfunzionamento sociale, lavorativo e personale negli anni e decenni successivi, tanto che si ritiene che questa fase di vita, che va dai 10 ai 25 anni, sia da considerarsi il periodo di maggior rischio per l’esordio e lo sviluppo di patologie mentali in età adulta (7,8,9). Gli aspetti di disfunzionamento sociale più frequenti nel corso dell’età adulta saranno rappresentati da bassi livelli occupazionali e scarsi rendimenti scolastici, disoccupazione, condizioni di scarso reddito, abuso di sostanze, aumentata incidenza di suicidalità, rapporti affettivi problematici con maggiore frequenza di separazioni e problemi di genitorialità (incluso aborti e gravidanze non desiderate), aumentato rischio di comportamenti illegali e delinquenziali (10, 11).

Inoltre bisogna considerare che sembra in significativo aumento il tasso di suicidalità tra giovani e adolescenti: il suicidio infatti rappresenta attualmente la terza causa di morte nei ragazzi tra i 10 e i 14 anni e la seconda causa di morte tra i 15 e i 34 anni (12). Secondo dati USA la frequenza di mortalità per suicidi nelle ragazze tra i 10 e i 14 anni sarebbe aumentata del 300% tra il 1999 e il 2014, passando dallo 0,5 all’ 1,7%  (13). Tale incremento della suicidalità in età giovanile sembrerebbe correlato allo presenza di stati depressivi, per quelli che avvengono tra i 13 e 18 anni, ed a maltrattamenti familiari per quelli che avvengono prima dei 13 anni (14).

Naturalmente tra la psicopatologia dell’adolescenza un posto di grande rilievo lo occupano i disturbi del comportamento alimentare (DCA). Si stima che circa il 2% delle donne soffrirà di anoressia nervosa (AN) nel corso della sua vita, e questo dato può arrivare al 4,3% se si considerano le forme cosiddette sotto-soglia (di minore gravità). Negli uomini la percentuale è più bassa ma in significativo aumento, tanto che un lavoro recente che utilizza i criteri del DSM-V la riporta all’1,6% in una popolazione di 14enni maschi, contro il 3,2% di ragazze della stessa età (15). L’età d’insorgenza dell’ AN è tra i 14 e i 19 anni e si ritiene che l’85% dei casi inizino prima dei 20 anni (16). Come si riconosce una anoressia nervosa in un’adolescente? Gli aspetti che devono destare maggiore preoccupazione sono rappresentati da: significativa riduzione dell’assunzione di cibo, con l’effetto di un dimagramento significativo; paura costante di aumentare di peso o di poter diventare grassi, anche quando si è palesemente sottopeso; eccessiva importanza attribuita al peso coropreo e/o alla forma fisica nel mantenere i propri livelli di autostima; atteggiamento di rifiuto nel riconoscere la gravità della condizione di dimagramento. L’anoressia nervosa è caratterizzata da significativi problemi di trattamento e dal più alto tasso di mortalità tra le condizioni psichiatriche.

Infatti da una meta-analisi che prendeva in considerazione 42 studi sull’AN veniva fuori un tasso di mortalità del 5,9% (0,56% su base annua, e circa il 5,6% per decennio), la maggior parte di queste morti dovute alle complicanze dell’anoressia (il 54%), e circa un terzo (il 27%) a gesti suicidari (17). Inoltre le pazienti anoressiche tendono a negare la loro patologia, nascondere i sintomi e i segni di malattia, e mantengono generalmente un atteggiamento di evitamento e a volte apertamente oppositivo rispetto a qualsiasi forma di trattamento. Da studi sulla popolazione generale emerge che solo il 50% dei casi sono diagnosticati (nel senso che arrivano ai servizi sanitari) e soltanto 1 su 3 di quelli diagnosticati ricevono cure specialistiche. Tra quelli che iniziano dei programmi di trattamento dal 30 al 73% lo interrompono precocemente o nell’arco di qualche mese (18, 19). C’è però anche da dire che la prognosi è generalmente buona: un importante lavoro scientifico di meta-analisi, che considerava 119 studi sull’ AN pubblicati nella seconda metà del XX sec, stabiliva che il 46% guariva, il 33% migliorava, il 20% tendeva a cronicizzare il problema. L’aumento del periodo di follow-up (cioè del periodo di tempo lungo il quale le pazienti venivano seguite) coincideva con un incremento delle percentuali di guarigione (20). Un altro importante studio dimostrava tassi di guarigione più elevati in pazienti diagnosticate prima dei 19 anni (21). Fattori predittivi favorevoli sarebbero un inizio precoce di un trattamento terapeutico e un buon adattamento sociale nel periodo precedente l’esordio dei sintomi (22). Invece fattori predittivi sfavorevoli sono rappresentati da tratti di personalità ossessivo-compulsiva e tratti autistici (23).

Circa il 30% di pazienti con anoressia nervosa presentano sintomi di bulimia (la maggior parte nei primi 24 mesi dall’esordio), e questi sono più frequenti nelle pazienti che hanno atteggiamenti ostili nei confronti dei familiari. In un ampio studio di popolazione con follow-up a 18 anni venivano evidenziati comportamenti bulimici in circa l’85% delle pazienti con AN (24). In cosa consiste la bulimia nervosa?

La bulimia è caratterizzata sostanzialmente da due aspetti comportamentali:

  • ricorrenti episodi di abbuffate (mangiare in un determinato periodo di tempo, per es un paio d’ore, una quantità di cibo significativamente maggiore di quella che la maggior parte degli individui mangerebbe nello stesso tempo; sensazione di perdere il controllo durante l’episodio, per es., sensazione di non riuscire a smettere di mangiare o a controllare quello che si sta mangiando;

  • ricorrenti condotte compensatorie per prevenire l’aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici o altri farmaci, digiuno o attività fisica eccessiva.

L’alta prevalenza di sintomi bulimici nel corso dell’anoressia nervosa è confermato da un ampio studio su una popolazioni di pazienti anoressiche che venivano seguite per i successivi 18 anni dall’esordio dell’anoressia, e si dimostrava che soltanto il 24% di queste non aveva mai presentato sintomi di bulimia nel corso degli anni (22).

Quindi si può sicuramente concludere sottolineando come i disturbi del comportamento alimentare rappresentino uno degli esordi più insidiosi della psicopatologia dell’ adolescenza e una delle principali sfide per i medici di base (tra i primi a dover essere sensibilizzati sul problema), gli specialisti e, soprattutto, le famiglie.

 

Bibliografia

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